I LIBANI

I libàni

Le corde del mare nate dalle colline del Cilento

Sulle colline assolate del Cilento, in particolare tra Casalvelino, Pisciotta e Camerota, cresce spontanea un’erba antica, umile e fortemente radicata nella vita quotidiana di un tempo: la spartea, conosciuta localmente anche come tonnara.
Il suo nome scientifico è Ampelodesmos mauritanicus, un termine che racchiude in sé, come spesso accade, tutta la sua storia. “Ampelos” in greco significa vite, e richiama il suo uso per i legacci agricoli; “mauritanicus” indica una probabile origine magrebina, legata forse all’introduzione, da parte degli Arabi, della pesca del tonno nelle coste di Sicilia e Calabria.

Nel Cilento, come in molte altre aree del Mediterraneo, questa pianta veniva raccolta, essiccata e intrecciata a mano per creare robuste corde vegetali chiamate libàni.

Un lavoro di donne, una protoindustria del territorio

La raccolta dell’erba spartea era affidata principalmente alle donne, che la tagliavano e la trasportavano a valle in grandi fasci appoggiati sul capo con straordinario equilibrio, aiutandosi con una spara, un fazzoletto arrotolato posto tra i capelli.
A queste donne si dava il nome di libanare, un termine che in origine potrebbe essere stato legato proprio al lavoro di raccolta e trasporto, ma che oggi evoca tutta la catena di lavorazione che portava alla creazione delle funi.

L’intreccio dei libàni rappresentava una vera e propria attività protoindustriale: un lavoro organizzato ma privo di strutture formali, basato sul lavoro domestico e artigianale, con impatti economici significativi per l’intero territorio.

I libàni venivano poi inviati via mare alla costiera napoletana, dove servivano agli allevamenti di mitili, oppure erano destinati alle tonnare, diffuse lungo tutta la costa tirrenica. Erano funi preziose, resistenti e adatte agli usi più duri e intensivi.

Le tonnare e il commercio delle corde

Durante il periodo di massimo splendore di questa economia marinara le funi cilentane erano affiancate da altre funi importate dalla Spagna, Paese con una lunga tradizione legata alla pesca del tonno.
Quando questo commercio internazionale cominciò a declinare, anche l’attività delle tonnare andò riducendosi, fino quasi a scomparire.

Le tonnare erano vere imprese: complesse, costose e ben organizzate. Si distinguevano in tonnare siciliane e tonnare napoletane, e impiegavano dei rais (i capi), 25 o più marinai (spesso provenienti dalla costiera amalfitana o dalla Calabria) e una vedetta a terra, posta in posizione elevata, incaricata di avvistare i tonni in arrivo.

I tonni venivano lavorati direttamente sul posto e poi trasportati nelle città per la vendita. Solo una piccola parte del pescato rimaneva alle comunità locali, e proprio il costo del pesce era spesso causa di tensioni e conflitti tra gli affittuari delle tonnare e i residenti. Ai pescatori locali, inoltre, era vietato pescare nei pressi delle tonnare, ulteriore motivo di scontro.

Un sapere diffuso nel Mediterraneo

L’erba spartea non è solo cilentana. Cresce in molte regioni costiere del Mediterraneo e porta con sé nomi diversi ma usi simili:

  • Vella in Abruzzo

  • Liami in Sicilia

  • Disa a Palermo

  • Sarracchio in Toscana

  • Gutumara o Lisara in Calabria

  • Erba Lisca in Liguria

  • Stramma o Stramba nel Lazio

  • Tonnara nel Cilento e nella Riviera dei Cedri

Ovunque venga raccolta, il suo uso principale è sempre lo stesso: legare, unire, resistere. Che si tratti di viti, reti da pesca o legacci agricoli, la spartea ha intrecciato per secoli la vita delle comunità mediterranee.